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Foto di famiglia inizi anni '30 del secolo scorso

 

La pasta fresca di nonno Gabriele

 

Alto, pantalone scuro con cintura e bretelle, camicia bianca e occhiali tondi e brillanti, nonno Gabriele sorrideva, impastando acqua e farina. Vigorosamente! La farina veniva dal suo campo arato e seminato. Tra le spighe ancora basse, io bambino, avevo camminato piano, in quel mare verde sotto un cielo azzurro e pasquale. Al caldo sole di giugno le spighe si erano fatte alte e puntute, erano state falciate e finalmente la trebbiatrice per tre giorni e tre notti aveva macinato e separato la paglia dal grano. Avevo giocato tra gli alti covoni di paglia con i ragazzetti della campagna rotolando tra cuccioli e cani. La notte, dalla finestra con la zia accanto, avevamo vegliato quella macchina con le lunghe cinghie di cuoio rotolanti e il motore rumoroso. Di giorno l’aia era coperta dal pulviscolo odoroso giallo oro. Quel frumento era stato riposto nei sacchi e portato al mulino. Grandi macine avevano prodotto la farina.

Adesso il nonno, nella cucina della grande casa, forgiava le pallottole dell’impasto e le allineava sul tavolo di legno. Nel corridoio avevamo sistemato alcune sedie in modo che potessero reggere lunghe canne. La nonna regolava la distanza fra le sedie nel modo più opportuno. Adesso l’impasto era inserito nel tritacarne, bloccato sul tavolo, con la bocca verso il basso; pochi giri di manovella e dal disco con i fori piccoli emergevano dei grossi vermicelli tremolanti. Con un coltello si tagliavano, per una lunghezza quasi costante, prima che raggiungessero il pavimento. Delicatamente raccolti erano poggiati sulle canne in modo che i due lati ricascanti fossero non troppo diversi tra loro, curando anche la spaziatura. Avanti e indietro, per farne tanti ci voleva almeno un paio d’ore. Dovevano asciugare per tutta la notte.

Che pranzo di Natale con quella gustosa creazione lessata e condita con un sugo di salsiccia profumatissimo e tanto formaggio grattugiato!

© Pippo Davì - Roma