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Per strada a Palermo




U purparu a Vucciria

L’estate del 1951 stava per iniziare, infatti, avevo i sandali. Da Via Carella a Via Roma era una breve passeggiata; svagato, guardandomi in giro, trotterellavo appresso a mia madre.

Indossava il tailleur grigio, leggero il sorriso e tinte di rosso le labbra. La scalinata delle Poste, con le fontane ai lati e una grande statua di San Cristoforo col bambinello sulla spalla, nascondeva Via Monteleone e la scuola elementare dove mia madre insegnava e dove anch’io andavo giorno per giorno, malvolentieri. Il figlio della maestra è trattato male; per forza, è un raccomandato!

Pomeriggio tardi, lentamente scendeva la sera, Palermo scintillava, le vetrine dei negozi brillavano illuminando all’interno le borse del signor Reginella, le scarpe di Spadafora, i compassi e i registri contabili di Saporito.

Sui tacchi alti lei procedeva come una regina, io la seguivo ingobbito sperando in una fermata per un gelato o magari un bicchiere d’acqua. “Non bisogna mai bere al bar, i bicchieri sono sporchi e può venire un’infezione!” questo era l’ordine materno e occorreva ubbidire. Tanta gente per strada e finalmente l’Emporio Roma, dove mio padre lavorava come impiegato ragioniere.

Il cielo da azzurro intenso si scuriva fino al blu punteggiato di stelle e attendevamo l'uomo magro, alto, con i baffetti neri.

Si abbracciavano con un ardore stemperato dalla presenza dei passanti.

Finalmente attraversavamo la strada e ricevevo il dono da quel signore in giacca chiara e pantaloni scuri: una moneta da dieci lire. Correvo allora verso le scalette scivolose che portavano giù alla piazza della Vucciria. Come un pugno nello stomaco, gli odori forti e acri raggiungevano istantaneamente il cervello di un ragazzino affamato e felice. Scivolando sulle balate colore dell’ardesia, raggiungevo al centro della piazza, il poliparo. Il naso sfiorava il ripiano di marmo ripulito da una mano con lo strofinaccio grigio e sfilacciato. “Chi bboi, picciriddu?” lo sapeva perché mi conosceva bene, ma forse gli piaceva chiedermelo con una risata bonaria. “ Dieci lire di polipo!” rispondevo mostrando la moneta stretta tra le dita. Allora tirava fuori, da un pentolone d’acqua scura e calda, una granfa e me ne tagliava un pezzetto, che afferravo di corsa e poi me lo gustavo sentendo tra i denti quel buon sapore gommoso. Intanto i miei genitori mi raggiungevano e la passeggiata continuava tra pentoloni pieni di patatine lessate e di carciofini.

L’odore degli sgombri arrostiti e delle quaglie riempiva l’aria tutto attorno. Le quaglie erano delle melanzane affettate ma lasciate intere alla base e poi fritte nell’olio insaporito da panelle, rascature e cazzilli. Arancine dorate troneggiavano in fila sul banco e nei piatti, sarde a beccafico, sarde fritte e varie verdure in pastella. Intorno, una folla serale comprava, chiacchierava e sorrideva. Ora sfilavo accanto alle piramidi d’olive nere e bianche, tra caciocavalli e mazzi d’origano profumato. Ecco il banchetto del quarume biancastro e trasparente, del musso e della busecca, la trippa come si chiama dalle nostre parti. Ecco il bancone dei limoni gialli con le grandi foglie lisce e verdi, lì si poteva avere acqua e zammù, l’anice. Ecco le cassette colme di pesce multicolore e d’alghe verdastre. Ecco le arance, le pere, le mele e le verdure disposte in trionfo dalle mani esperte dei venditori.

In alto tra i balconi della stretta via sventolavano lenzuola, le bianche bandiere della Vucciria. Signore con la borsa della spesa da cui facevano capolino mazzi di sparacelli, addentavano pezzi di sfincione caldo. Ovunque l’odore forte delle sarde salate e della cipolla e dei broccoli.

Lentamente la passeggiata per la spesa si concludeva ritornando su via Roma per le scalette scivolose. In Via Carella il portiere del palazzo di fronte a quello dove abitavamo, si era industriato in vari lavori. Aveva una moglie magra e smunta e una caterva di figli, Don Pietro. Vendeva il ghiaccio e verso sera preparava le stigghiole, con gran disappunto delle signorine Spera, nostre terribili padrone di casa. Il fumo e l’odore penetrante riempivano ben presto la strada, ma attirava clienti verso l’osteria adiacente. Nell’osteria sul banco un piatto con le uova sode, che sono vocative, diceva mio nonno, riferendosi all’arsura che danno e che provoca desiderio del vino. Mi era vietato anche solo avvicinarmi alle stigghiole, ma una volta di nascosto ne comprai un pezzetto e per una settimana, diarrea potente.

Il gelato si poteva avere dal vecchietto che girava per le vie pedalando su un trabiccolo a tre ruote con davanti il contenitore di tre pozzetti, cioccolata, limone, vaniglia. Per dieci lire potevi avere una meraviglia di sapore, la charlotte, tra due biscotti di wafer, che erano usati al momento, mettendo il primo come base in un affare metallico a forma di scatoletta, l’affare veniva riempito di gelato, lisciato sopra e richiuso con l’altro biscotto. Spingendo un bottone da un lato il prodotto fuoriusciva lentamente e finalmente veniva affidato al piccolo cliente, che aveva precedentemente pagato. Che bello passeggiare sotto il sole e gustare piano quella leccornia, accanto al muro alto del liceo Garibaldi, dalla parte del giardino Inglese.

Era giorno di stipendio accompagnavo mia madre in una banca e dopo mi portava a gustare con lei i famosi profitterol di Mazzara sotto i portici... ma questa, siamo nel 1954, è un’altra storia…

©Giuseppe Davì