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Per strada a Palermo

I profiteroles di Mazzara

Mia madre era bellissima col suo vestito di seta leggero, grigio a piccoli fiori rosati, ed io le camminavo accanto in una splendida mattinata di primavera.

Sentivo l’odore della pelle della borsa che le dondolava sul fianco rotondo e anche lei profumava di buono.

Andavamo verso i portici oltrepassando il grande edificio dei magazzini Standa, di fronte alle magiche vetrine di Hugony in Via Ruggero Settimo. Dopo il passaggio dagli sportelli della Banca D’Italia alle spalle di Via Mariano Stabile, lo stipendio di maestra nella borsa attendeva.

I sospiri di mia madre avevano appannato i grandi vetri di Hugony, chissà cosa frullava nella sua testa.

Era sempre difficile capirlo e in ogni modo non me lo chiedevo nemmeno.

Le pupille grigio azzurre erano come ghiaccio scintillante, impenetrabili. In fretta come sempre, entravamo nei vasti locali del bar Mazzara e attendevo. Qualcuno ai tavolini leggeva il giornale o scriveva su un quaderno qualcosa, camerieri in giacca bianca servivano silenziosi.

Una splendida signora sola sorseggiava un liquido dorato, occhiali neri, guanti di pizzo, labbra rosse.

Con un mezzo sorriso triste mia madre ordinava due profiterol uno per sé ed uno per me.

Mi sarebbe piaciuto gustarlo comodamente seduto ma era proibito. Velocemente quel buon sapore si esauriva e uscivamo per tornare a casa. Avevo addentato i bignè colmi di panna fredda e ricoperti di cioccolata appena fusa, avevo masticato con goduria e inghiottito rapidamente, ora rimaneva solo il ricordo ma anche quello svaniva subito.

Fu a casa d’amici che mi feci quasi passare l’ingordigia con gran vergogna dei miei genitori e blocco cortese della padrona di casa piuttosto sbigottita. Eravamo stati invitati a cena da una coppia con due piccole bimbe che erano già a letto nella loro stanza. La casa era molto elegante con mobili antichi e una stanza da pranzo accogliente. Ero stato anche molto bravo a non grattarmi la testa come spesso mi accadeva in quel periodo ed avevo anche mangiato con educazione ed in silenzio le varie portate.

Alla fine fu servito un enorme Mont Blanc, una piramide di bignè con panna e cioccolata profumata, ricoperto ancora di panna, un incanto! Dopo che avevo finito in un lampo la prima porzione che mi era stata offerta, mi fu chiesto se ne volevo ancora. “Si!” risposi di botto e a voce alta. Respirata la seconda porzione, me ne fu offerta una terza , forse nella speranza della padrona di casa che io rispondessi con un diniego.

Vana speranza; io stavo ancora per accettare fissando gli occhi di mia madre, che silenziosa mi ordinava di smetterla, quando lo sgomento dell’amica si trasformò in un: “Be, forse è meglio che il resto lo conservi per le bambine che non ne hanno avuto”. Avevo proprio esagerato!

©Giuseppe Davì